Compagni per la vita

Alessandra Micelli

Raccontare in modo semplice e coinvolgente l’interconnessione tra gli organi e promuovere una maggiore cultura della prevenzione è l’obiettivo di Compagni per la vita, il progetto di Boehringer Ingelheim di cui abbiamo parlato con Alessandra Maria Claudia Micelli, Human Pharma Communication Manager

Come è nata l’idea di realizzare questo progetto e a chi si rivolge?
Siamo partiti da una riflessione. Il nostro corpo lavora come una squadra. Cuore, reni, polmoni, tutti gli organi sono legati fra loro. Eppure, raramente ne teniamo conto, e tendiamo anzi a considerare ogni organo come un mondo a sé stante. E invece fanno tutti parte della stessa storia, dello stesso sistema. Ecco, da questa riflessione nasce il nostro progetto. Dall’urgenza di diffondere questa consapevolezza, questa interconnessione. E allora ci siamo fatti una domanda: come raccontare un concetto tecnico e clinico in modo semplice, immediato, che sia comprensibile a tutti? La risposta è stata partire dalle persone. Partire dalle storie. Con un linguaggio potente, universale, capace di emozionare. Che arrivi a tutti. E che arrivi al cuore (e anche agli altri organi!). Quello del cinema e quello della musica. A chi si rivolge questo progetto? A tutti. Perché la salute riguarda tutti. Cittadini, pazienti, medici, istituzioni. Se c’è una convinzione che ci ha guidato fin dall’inizio è questa: la prevenzione funziona davvero solo se ognuno fa la propria parte. 

Potrebbe descriverlo brevemente? 
Compagni per la vita è il modo che abbiamo scelto per arrivare a tutti. Lo abbiamo fatto attraverso un cortometraggio che racconta una rimpatriata tra ex compagni di scuola. Da qui nasce la metafora del progetto: proprio come con alcuni amici si resta per sempre connessi, lo stesso avviene per i nostri organi: sono tutti collegati tra loro. Per dare ancora più forza a questo messaggio abbiamo scelto di affiancare al film una canzone originale di Virginio, che si chiama appunto Connessi. Ma il progetto non si è fermato qui. Il corto è stato poi presentato durante una serata realizzata con il patrocinio di Farmindustria e alla presenza del Ministro della Salute Orazio Schillaci. Serata in cui abbiamo firmato il Patto per la Prevenzione. 

Che risultati avete o volete raggiungere?
Il nostro primissimo obiettivo era uno: accendere un faro sull’importanza della prevenzione e diffondere questo messaggio il più possibile. Ma volevamo anche qualcosa di più. Volevamo trasformare la consapevolezza in un impegno concreto. Fare, come si dice, un vero e proprio nodo al fazzoletto. Alle istituzioni, alle associazioni di pazienti, alle società scientifiche, alle associazioni di categoria. E quell’impegno ha preso forma nel Patto per la Prevenzione, che ha visto tutte queste realtà unirsi attorno a un obiettivo comune: promuovere una maggiore cultura della prevenzione. Anche attraverso la condivisione e la divulgazione del corto attraverso tutti i propri canali, dimostrando un impegno reale e concreto. Perché quando si parla di salute, la collaborazione non è un valore aggiunto: è ciò che rende possibile il cambiamento. Proprio come nel nostro organismo, dove ogni connessione conta. 

Cosa pensa ci sia ancora da fare in questo ambito?
Quando parliamo di salute, c’è sempre e ci sarà sempre qualcosa in più da fare. Ma oggi credo che la sfida più grande sia portare la prevenzione fuori dagli ambulatori e farla entrare sempre di più nella vita quotidiana delle persone. Per anni abbiamo parlato di salute quando la malattia era già presente. Oggi dobbiamo fare un passo avanti e parlare di salute prima che la malattia si manifesti. 

Nel cortometraggio c’è un passaggio che considero particolarmente importante: il momento in cui il protagonista capisce che piccoli gesti, un controllo in più, un’attenzione diversa verso sé stessi, possono cambiare il corso delle cose. Possono cambiare una vita. Ecco, la vera sfida è far crescere questa consapevolezza in un numero sempre maggiore di cittadini. E, perché no, rafforzarla anche nei primi punti di contatto con il sistema salute, a partire dai medici di medicina generale, che possono essere alleati fondamentali nel promuovere una cultura della prevenzione. Senza mai dimenticare una lezione che è al cuore di questo progetto: il nostro organismo funziona come un insieme e, spesso, ciò che accade a un organo non riguarda solo quell’organo, ma il nostro equilibrio nel suo complesso. 

Qual è l’aspetto principale della Media Communication Campaign che sarà più importante secondo lei nei prossimi anni?
Credo che la comunicazione della salute dovrà essere sempre meno verticale e sempre più umana. Le informazioni sono ovunque. Siamo letteralmente bombardati dalle informazioni. Quello che manca, spesso, è la capacità di renderle rilevanti, memorabili, di generare un cambiamento. Per questo sono convinta che il futuro appartenga a chi saprà unire rigore scientifico e potenza delle storie. Perché i dati informano, ma sono le storie che restano nella memoria e che, talvolta, fanno la differenza per la salute e per la vita delle persone.