Come è nata l’idea di realizzare questo progetto e a chi si rivolge?
L’idea nasce da un dato di fatto che conosciamo bene: le malattie cardiometaboliche – diabete, ipertensione, obesità, patologie cardiovascolari – sono spesso silenti e vengono diagnosticate quando il danno è già avanzato. Come Lilly, sponsor dei Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano Cortina 2026, abbiamo voluto tradurre questo ruolo in un impegno concreto per il territorio, portando la prevenzione fuori dagli ambulatori e dentro le piazze. “Io Prevengo” si rivolge a tutti i cittadini, ma in particolare a chi ha meno accesso ai controlli sanitari di routine: è un progetto pensato per abbattere le disuguaglianze e intercettare precocemente i segnali di rischio, prima che diventino malattia conclamata.
Potrebbe descriverlo brevemente?
“Io Prevengo” è una clinica mobile itinerante che ha attraversato cinque città lombarde – Varese, Bergamo, Monza, Pavia e Milano – con il patrocinio della Regione Lombardia. A bordo, un team di infermieri, nutrizionisti e biotecnologi ha offerto screening gratuiti e non invasivi: BMI, glicemia, Lp(a), profilo lipidico, pressione arteriosa, emoglobina glicata. Il percorso del cittadino era studiato per essere semplice e rispettoso dei tempi di ciascuno: prenotazione digitale, screening rapido, counseling nutrizionale personalizzato, referto via OTP e un follow-up telefonico a due settimane, per assicurarci che l’informazione raccolta si traducesse davvero in un’azione di cura.
Che risultati avete o volete raggiungere?
Abbiamo erogato più di 13.000 screening gratuiti, con una partecipazione significativa di donne e della fascia 30-65 anni, la più esposta a questi fattori di rischio. Ma il dato che ci rende più orgogliosi non è solo numerico: la copertura mediatica ha raggiunto un pubblico molto ampio con un sentiment interamente positivo, segno che il tema della prevenzione tocca davvero le persone. L’obiettivo che vogliamo continuare a raggiungere è costruire un modello replicabile – non un’iniziativa isolata, ma un’eredità concreta che altre città e altre realtà sanitarie possano adottare.
Cosa pensa ci sia ancora da fare in questo ambito?
Il passo successivo è la continuità. Uno screening isolato ha valore, ma il vero cambiamento avviene quando chi riceve un risultato fuori norma viene accompagnato nel sistema sanitario, non lasciato solo con un referto. Dobbiamo lavorare per integrare sempre più queste iniziative di prossimità con la medicina di base e la sanità pubblica, rendendo il follow-up parte strutturale del percorso e non un’eccezione. E dobbiamo raggiungere anche i territori più periferici, dove il bisogno è spesso maggiore ma la visibilità di questi progetti minore.
Qual è l’aspetto principale del Patient Support Program che sarà più importante secondo lei nei prossimi anni?
Credo che l’elemento decisivo sarà la personalizzazione dell’accompagnamento del paziente, dalla diagnosi alla gestione quotidiana della patologia. Progetti come “Io Prevengo” ci insegnano che le persone rispondono bene quando sentono che il sistema si adatta a loro – orari flessibili, linguaggio semplice, un contatto umano nel follow-up – e non il contrario. Nei prossimi anni immagino un Patient Support Program che unisca questa attenzione alla persona con gli strumenti digitali già sperimentati sul territorio, per garantire continuità di cura anche a chi, per motivi geografici o sociali, oggi resta più ai margini del sistema.