IHAT Forum

Mariangela Strada

Promuovere un approccio multidisciplinare alla diagnosi e alla gestione della carenza di ferro, favorendo il confronto tra specialisti e la diffusione delle più recenti evidenze scientifiche. È questo l'obiettivo del progetto "IHAT Forum", realizzato da Enteralia, e noi ne abbiamo parlato con Mariangela Strada, Marketing Manager dell'azienda

Come è nata l’idea di realizzare questo progetto e a chi si rivolge?
Il progetto IHAT Forum nasce con l’obiettivo di accrescere la consapevolezza sulla carenza di ferro, una condizione estremamente diffusa che, nonostante il suo impatto sulla salute e sulla qualità di vita, è ancora spesso sottodiagnosticata o gestita in modo disomogeneo. A questo si aggiunge la scarsa tollerabilità delle terapie convenzionali a base di ferro, che può compromettere l’aderenza al trattamento e limitarne l’efficacia clinica. L’introduzione di nuove opzioni terapeutiche, come IHAT, caratterizzate da un buon profilo di tollerabilità, rappresenta un’opportunità per ripensare i percorsi di cura, anche alla luce della crescente attenzione al Patient Blood Management e della progressiva riduzione della disponibilità di sangue per uso trasfusionale. Il progetto si rivolge a tutti gli specialisti coinvolti nella diagnosi e nella gestione della carenza di ferro e dell’anemia sideropenica – ematologi, gastroenterologi, ginecologi, internisti, nefrologi, geriatri, pediatri e medici di medicina generale – con l’obiettivo di promuovere un approccio multidisciplinare. 

Potrebbe descriverlo brevemente?
IHAT Forum è un percorso formativo multidisciplinare che ha messo al centro il confronto tra professionisti provenienti da diverse aree cliniche. Nel corso di due giornate di lavoro, attraverso sessioni scientifiche, discussione di casi clinici e condivisione di esperienze, i partecipanti hanno approfondito gli aspetti diagnostici e terapeutici della carenza di ferro, valorizzando l’integrazione tra le diverse competenze. La votazione di una serie di statement ha consentito di raggiungere un consensus, oggetto di pubblicazione, sul corretto approccio alla gestione della carenza di ferro. Un focus particolare è stato dedicato alle più recenti opportunità terapeutiche, tra cui IHAT, per definirne il ruolo nella pratica clinica in funzione delle caratteristiche del paziente e dei diversi contesti assistenziali. 

Che risultati avete o volete raggiungere?
L’obiettivo principale è contribuire a migliorare la qualità della presa in carico dei pazienti con carenza di ferro, favorendo una diagnosi più tempestiva, un intervento precoce prima della progressione della condizione verso forme più severe che possano richiedere il ricorso alla terapia endovena o trasfusionale e una gestione condivisa tra le diverse figure professionali. Il progetto punta inoltre ad aggiornare i clinici sulle evidenze scientifiche più recenti e diffondere una maggiore conoscenza delle nuove opzioni terapeutiche disponibili, con l’auspicio di migliorare l’aderenza ai trattamenti e gli esiti clinici. 

Cosa pensa ci sia ancora da fare in questo ambito?
Rimane fondamentale aumentare l’attenzione verso la diagnosi precoce della carenza di ferro, anche in assenza di anemia manifesta, e favorire percorsi assistenziali più strutturati e condivisi tra territorio e ospedale. È inoltre necessario continuare a investire nella formazione interdisciplinare e nella diffusione di evidenze scientifiche aggiornate, affinché ogni paziente possa ricevere il trattamento più appropriato in base alle proprie caratteristiche cliniche. 

Qual è l’aspetto principale del Marketing Education Program che sarà più importante secondo lei nei prossimi anni?
Credo che il valore principale di un Marketing Education Program sarà la capacità di creare occasioni di confronto scientifico qualificato tra professionisti, trasformando la formazione in uno strumento di collaborazione e aggiornamento continuo. In un contesto in cui le conoscenze evolvono rapidamente, sarà sempre più importante favorire la condivisione delle migliori pratiche, l’interpretazione critica delle nuove evidenze e la costruzione di una cultura comune orientata all’appropriatezza terapeutica e alla centralità del paziente.