Strappiamo i Falsi Miti
sul diabete

Luca Cappellini

Contrastare i pregiudizi che ancora accompagnano il diabete e promuovere una narrazione più corretta e inclusiva della patologia. Da questo concetto parte il progetto “Strappiamo i Falsi Miti sul diabete”, realizzato da Theras e di cui abbiamo parlato con Luca Cappellini, Brand Manager. Parte del team anche Silvia Bellone, Product Marketing Manager, Tania Rocca, Product Manager, Rebecca Lamballi, Communication Specialist e Fabrizio L'Episcopia, PAG Manager

Come è nata l’idea di realizzare questo progetto e a chi si rivolge?
Ascoltando. Prima ancora di pensare alla campagna, abbiamo parlato con le associazioni pazienti, con le persone che convivono con il diabete e con le Società Scientifiche, cercando di capire le loro necessità e come potessimo dare un contributo concreto, insieme a loro. Da qui è nata una riflessione semplice: se vogliamo cambiare la narrazione, dobbiamo coinvolgere chi continua ad alimentare i pregiudizi, spesso inconsapevolmente. Per questo abbiamo scelto di rivolgerci a tutta la cittadinanza. Siamo alla terza edizione di questo progetto e, anno dopo anno, abbiamo raccolto feedback, fatto tesoro dell’esperienza maturata e affiancato attività di social listening. 

Potrebbe descriverlo brevemente?
“Strappiamo i Falsi Miti” è una campagna di sensibilizzazione che trasforma il messaggio in azione: abbiamo chiesto ai passanti di strappare con le proprie mani un falso mito sul diabete, per fare spazio alla verità. È un gesto semplice e diretto, ed è il cuore del progetto. In quel momento il passante smette di guardare e comincia a partecipare: diventa co-protagonista della campagna e contribuisce in prima persona a smontare un pregiudizio. Attorno a quell’azione abbiamo costruito un progetto che ha coinvolto le associazioni pazienti, i creator del mondo del diabete e una community viva e presente. 

Che risultati avete o volete raggiungere?
“Semplifichiamo il diabete, insieme”. Per noi non è un motto, è un impegno concreto: lavorare ogni giorno, insieme alle persone con diabete, alle associazioni, ai professionisti sanitari e a tutti gli stakeholder, per rendere la patologia più comprensibile e costruire una nuova cultura della cura. Come per ogni progetto, ci diamo obiettivi misurabili: partecipazione, coinvolgimento, capacità di raggiungere un pubblico sempre più ampio. Ma il risultato che conta davvero è un altro: vogliamo cambiare, passo dopo passo, il modo in cui il diabete viene raccontato e percepito. Ogni falso mito strappato è un po’ più di comprensione, e un passo verso una società più consapevole, inclusiva, capace di guardare oltre i pregiudizi. 

Cosa pensa ci sia ancora da fare in questo ambito?
La vera sfida oggi non è fare più informazione, ma creare le condizioni perché il cambiamento avvenga davvero. Persone con diabete, associazioni, professionisti sanitari, società scientifiche, istituzioni e aziende hanno prospettive diverse ma lo stesso obiettivo. Questo significa costruire una comprensione più autentica del diabete e dare vita a iniziative che lascino un impatto reale, oltre il momento della campagna. È qui che dovremmo continuare a investire: in un ecosistema dove competenze ed esperienze diverse si rafforzino a vicenda. Perché il cambiamento non nasce da una singola campagna o da un singolo attore, ma dalla capacità di creare valore insieme, nel tempo. 

Qual è l’aspetto principale del Communication Project che sarà più importante secondo lei nei prossimi anni?
Oggi l’attenzione è la risorsa più preziosa, e proprio per questo comunicare non basta più. Siamo esposti a contenuti senza sosta, e conquistare qualche secondo di attenzione non significa generare un impatto. La vera sfida è trasformare quell’attenzione in partecipazione: coinvolgere le persone, farle sentire parte di una storia, dare loro la possibilità di compiere un gesto concreto. Un’esperienza lascia un segno molto più profondo di un messaggio visto scorrendo un feed. È per questo che con “Strappiamo i Falsi Miti” abbiamo voluto trasformare i passanti da spettatori a protagonisti. Gli strumenti continueranno a evolversi, dall’intelligenza artificiale a quello che verrà. Ma la differenza la farà sempre la capacità di comprendere le persone, dare una direzione, creare esperienze che abbiano un significato. Il successo non si misurerà da quante persone hanno visto un contenuto, ma da quante avranno scelto di fermarsi, partecipare e portarsi via qualcosa. Ed è qui che un brand lascia il segno: non in quello che le persone ricordano di aver visto, ma in come guardano le cose dopo averlo incontrato.