Vision No Limits

Claudio Tosini

Favorire un accesso più equo alle innovazioni nella chirurgia della cataratta, riducendo le barriere economiche e organizzative e creando nuovi modelli di collaborazione tra i diversi attori del sistema salute. Con questo obiettivo è nato il progetto "Vision No Limits", realizzato da Alcon in partnership con Aon, e noi ne abbiamo parlato con Claudio Tosini, Sr. Manager Strategic Market Access di Alcon Italia S.p.A.

Come è nata l’idea di realizzare questo progetto e a chi si rivolge?
Vision No Limits è nato dall’analisi di un bisogno crescente: rendere più accessibili le innovazioni nella chirurgia della cataratta. In Italia vengono effettuati circa 840.000 interventi ogni anno e i tempi di attesa nel Servizio Sanitario Nazionale possono superare i 12 mesi. La cataratta rappresenta inoltre la principale causa di cecità nel mondo negli over 50 e, più in generale, i problemi visivi incidono profondamente sull’autonomia delle persone, sulla loro partecipazione sociale e sulla qualità della vita. Per questo, insieme ad Aon, abbiamo sviluppato un progetto che non mira soltanto a migliorare l’accesso a tecnologie innovative, ma anche a ridurre le disuguaglianze di accesso alle cure, generando valore per pazienti, strutture sanitarie, assicurazioni, fondi e per l’intero sistema salute.

Potrebbe descriverlo brevemente?
Vision No Limits è una partnership tra Alcon e Aon che integra analisi dei dati, informazione al paziente e nuovi percorsi di accesso all’innovazione. Il progetto è partito da un’analisi del mercato della sanità intermediata, che in Italia supera i 5 miliardi di euro, per poi sviluppare attività di awareness e un modello dedicato alla chirurgia della cataratta con cristallino multifocale attraverso la rete sanitaria Aon OneNET. L’obiettivo è trasformare l’innovazione tecnologica in innovazione dell’accesso.

Che risultati avete o volete raggiungere?
Abbiamo sviluppato un modello innovativo che unisce awareness, accesso e collaborazione tra stakeholder per facilitare l’accesso dei pazienti a tecnologie oftalmologiche avanzate. Nella fase iniziale sono stati progettati percorsi dedicati, coinvolte tre strutture pilota e avviato un confronto con fondi e assicurazioni per favorire una maggiore apertura verso l’innovazione. Il prossimo obiettivo è estendere il modello fino a 25 strutture sul territorio nazionale, contribuendo a ridurre le barriere economiche e informative. L’impatto atteso va oltre l’ambito clinico: una migliore qualità della visione significa maggiore autonomia, minore dipendenza da ausili correttivi e una migliore qualità della vita.

Cosa pensa ci sia ancora da fare in questo ambito?
Occorre accelerare l’integrazione dell’innovazione nei modelli di accesso e rimborso. Oggi molte tecnologie che migliorano significativamente qualità della vita e autonomia dei pazienti non trovano ancora adeguati meccanismi di copertura. È necessario valutare non solo il costo iniziale, ma anche il valore generato nel lungo periodo, favorendo al tempo stesso una maggiore collaborazione tra industria, assicurazioni, fondi, clinici e istituzioni.

Qual è l’aspetto principale dell’Access, Advocacy & Health Policy che sarà più importante secondo lei nei prossimi anni?
Credo sarà la capacità di dimostrare il valore complessivo dell’innovazione sanitaria. Oltre un miliardo di persone nel mondo convive con problemi visivi prevenibili o non trattati e in Italia più di tre milioni di persone sono a rischio di patologie oculari. Le decisioni future dovranno quindi considerare non solo gli esiti clinici e la sostenibilità economica, ma anche l’impatto sociale delle cure, in termini di autonomia, inclusione e qualità della vita. Access, Advocacy e Health Policy dovranno lavorare insieme per trasformare queste evidenze in decisioni che consentano ai pazienti di beneficiare più rapidamente delle innovazioni disponibili.